“Dei quattro santuari elbani dedicati alla Madonna, due si trovano nel territorio comunale di Capoliveri. Il più famoso è quello della Madonna delle Grazie, situato sulla costa occidentale del promontorio di Calamita, poco sotto il paese di Capoliveri. L’altro non gode dei favori di un’eccessiva notorietà, ma si trova in una bella posizione e la sua forma è semplice ed elegante.
Sorge su una collinetta, i cui fianchi sono punteggiati di ulivi, che domina la piana di Lacona, un tempo intensamente coltivata e oggi quasi esclusivamente votata al turismo. Certo appare atipico dedicare un santuario sorto quasi sul (e al livello del) mare, dove le nevicate sono rare, alla Madonna della Neve. Molto probabilmente si è voluto ricordare il miracolo del papa Liborio. In ogni caso il pittore della tavola che dà il nome alla chiesa (un’opera del 1654 non certo memorabile di un certo Marco Aritti), forse a scanso di equivoci, a voluto disegnarvi una stella maris, sottolineata dall’indice di Gesù Bambino.
L’edificio attuale è stato costruito nel XVI secolo, ma l’origine è molto più antica. L’impianto primitivo potrebbe essere del XII secolo nello stile romanico-pisano del periodo. I conci dell’edificio antico, in calcare grigio del luogo, sono stati riutilizzati nella nuova costruzione, e si notano ancora bene nelle mura perimetrali dell’unica navata.
Nei secoli XVIII e XIX si riteneva che l’origine fosse molto più antica, e che dove adesso si trova il santuario sorgesse un tempio riferibile alla fantomatica città di Meloa. Ma come ironicamente scrisse l’erudito francese Thièbaut de Berneaud, che visitò l’Elba agli inizi dell’Ottocento, tutto ciò è riferibile “a’ tempi antichi, quando i Buoi parlavano”. Alla metà del Seicento fu operato l’intervento strutturale più importante, voluto dal governatore di Portoferraio Pietro Grifoni. Fu in questa occasione che il quadro di Aritti andò a sostituire il dipinto precedente ormai rovinato. In quegli anni la chiesa assunse i caratteri del barocco, con un nuovo altare e la realizzazione del romitorio. In esso soggiornarono due romiti fino agli inizi dell’Ottocento (l’ultimo fu Giuseppe Tosi, nel 1817).
Nominati dal magistrato di Capoliveri, coltivavano vigne e altre terre intorno al santuario, e badavano ai lavori in cantina del romitorio. Vestivano il caratteristico saio azzurro (detto “mariano”) e giravano i paesi dell’isola vendendo vino e prodotti del loro orto e chiedendo la questua. Nel 1793 si registra un evento luttuoso nel santuario: due soldati della guarnigione napoletana di Longone uccisero e depredarono i due romiti. A ricordare l’evento rimane una cronaca dell’epoca, che, con poche variazioni, potrebbe benissimo occupare le colonne di un giornale odierno. Un aneddoto, decisamente più simpatico, ci arriva invece dalla metà dell’Ottocento. Pensando di fare cosa gradita ai fedeli Alessandro Foresi, un possidente della zona, commissionò un nuovo e più pregevole quadro al noto pittore fiorentino Antonio Ciseri.
Arrivato il giorno della sostituzione con quello vecchio i fedeli, forse pensando che il malandrino volesse impossessarsi del dipinto miracoloso e sostituirlo con uno meno “virtuoso” assediarono la chiesa, facendo fallire il “sacrilegio”. Abbandonato dai romiti e passato alla parrocchia di Capoliveri, il santuario cadde in rovina. Nel corso del XX secolo sono stati molti gli interventi di conservazione, il più significativo di tutti (agli inizi degli anni Cinquanta) la demolizione delle parti pericolanti del romitorio (con diversi interessanti rinvenimenti all’interno di esso) e lo studio delle antiche strutture. La festa della chiesa si celebra ogni 5 agosto, sebbene oggi abbia perso molto del suo antico richiamo.
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